mercoledì 26 febbraio 2014

Quello che serve

È tutto qua.
Prendere un tè nella cucina in penombra e sognare un po’. Sorridere tra un sorso e l’altro.
Sognare le cose meravigliose, non quelle che sarebbero potute accadere, no, proprio quelle che accadono. Ora, qui.
Un tempo c’erano sogni. In quanto tali, irrealizzabili. Poi con un po’ di incoscienza eccoli diventare progetti. E la strada è presa, il mondo improvvisamente è diventato più bello. Infine eccoci, ora non sono nemmeno più progetti: sono realtà. Cose belle che, come frutti maturi, cadono dall’albero proprio tra le mani. Sogni di fumetti di biplani, di concerti da vivere, di racconti vestiti a festa, di voli e di aerei. Oggi Franco sulla sua falciatrice a motore aveva ricoperto l’aviosuperficie del profumo magnifico dell’erba appena tagliata, il lago sotto le nubi era uno specchio di piombo vecchio e lame di luce, gli hangar cominciano a conoscere i miei passi e io i loro odori, quando entro non sono più uno straniero. Qualche aereo potrebbe anche chiamarmi per nome. Eh sì. Presto anche io potrei cominciare a chiamare un aereo per nome.

Ho appena finito di prendere un tè persiano nella penombra della cucina, sorridendo ai sogni che sono diventati realtà. Ci sono anziani che sorridono allo stesso modo per i loro ricordi più belli vissuti in un passato lontano. Io sorrido per oggi. Per tutte le cose belle che accadono, frutti che cadono, tanti da rendermi difficile riuscire a stare dietro a tutto. Ho eliminato Facebook, non ne ho il tempo, ho persino smesso di scrivere mail, spero che gli amici più cari possano capire.
Ogni giorno prendo un tè nel pomeriggio, da solo o con le donne della mia vita. Nella cucina in penombra, sorridendo. E credo che, davvero, sia tutto qua. Quello che serve per essere felici.


martedì 31 dicembre 2013

ipocriṡìa (ant. ipocreṡìa e pocriṡìa) s. f. [dal gr. ὑποκρισίη, forma rara per ὑπόκρισις «simulazione», der. di ὑποκρίνω «separare, distinguere», e nel medio ὑποκρίνομαι «sostenere una parte, recitare, fingere»].


  Maddavero?! Mi chiedono di non usare fuochi d'artificio illegali, fabbricati in Cina da schiavi spesso minorenni, importati di contrabbando, usati da gente che finisce al pronto soccorso con menomazioni spesso gravi su di sé o sui propri figli, e mi chiedono di non usarli... perché spaventano i cani? :D

  (No, non sono polemico. Se volessi essere polemico farei notare che sul 90% delle immagini di auguri di buon anno e sui filmati ci sono fuochi d'artificio, esplosioni, luci. E comunque non mi tange, la prima volta che farò esplodere della polvere pirica sarà al primo giorno della rivoluzione, con buona pace dei cani)

P.S.: buon nonsobenecosa© a tutti! :)

sabato 28 dicembre 2013

Diamo i numeri. Pepe e l'iPhone.

  Non è bello fare i conti ma a volte capita, per sbaglio, di trovarsi in mezzo a un conto scomodo.

  Allora, è il 2013 ancora per un paio di giorni, poi anche questo numero cambierà insieme agli altri. Sì, i numeri cambiano. Viviamo in equazioni composte solo da variabili, dove ogni valore delle migliaia di variabili cambia di giorno in giorno, e non è facile smettere di comportarsi intuitivamente e accorgersi di quanto sia difficile fare i conti.
Cambia l’anno, cambia la data, cambiano i prezzi e le età. Oggi ho 49 anni, c’è un treno per Roma ogni 10 minuti, sto pensando di prendermi un esagerato iPhone 5S con contratto telefonico a 289 euro più 30 al mese per 30 mesi. Poi unisco i numeri. Io guadagno 1600 euro al mese, grazie al cielo, e lavoro 40 ore a settimana. Quasi sette giorni di fila in ufficio ogni mese. Ogni giorno di lavoro porta via almeno un’ora e mezza di viaggio tra andata e ritorno, ma questo non lo conto anche se sono ben 30 ore a settimana che vanno in beneficenza. il conto è facile: 1600 euro per 160 ore: nonostante la busta paga dica cose bellissime, io guadagno 10 euro all’ora. Dieci euro. Un libro economico costa 10 euro. Cinque litri e mezzo di benzina sono dieci euro. La mia Kangoo con un pieno di 50 litri di gasolio fa 800 chilometri. Quando era nuova ne faceva 900. Quindi con 10 euro fa 88 chilometri. C’è una certa armonia in questo: io ci metto un’ora a guadagnare 10 euro e 10 euro mi fanno camminare l’auto per un’ora. Come i criceti nella ruota, la ruota gira solo lo stesso tempo in cui loro corrono.

  Ho pensato di comprarmi l’iPhone 5S, vero. Un vezzo, un altro numero che cambia: sostituirei il mio iPhone 4, non che non mi soddisfi, ma alcune caratteristiche del 5S mi piacciono davvero. Oddio, potrei vivere anche senza, certo, lasciando il 4 come costante anziché come variabile, ma perché?
Però sto facendo i conti. Purtroppo. E i conti sono semplici. Per prendere il 5S dovrei pagare 29 ore di lavoro subito, più 3 ore ogni mese per i prossimi 30 mesi, totale 119 ore di lavoro, 119 ore chiuso in un ufficio che non mi piace davanti a un computer che non mi piace a fare cose che non mi piacciono per sostituire a una variabile il numero 5S al posto del 4.
Comincio a pensare che sono a un passo dal dare i numeri.
Se devo fare i conti fino alla fine dovrei fregarmene dell’iPhone nuovo e contemporaneamente cambiare lavoro, il che significa cambiare vita, ma tanto della mia vita ho cambiato quasi tutto, manca solo il lavoro e poche altre briciole, è quasi il 2014, le mie chiappe sono stampate sui sedili dei treni per Roma che passano ogni 10 minuti, tanti numeri sono cambiati e molti ora sono proprio quelli che mi piacciono. Un 5S al posto del 4 in cambio di 119 ore di lavoro no, in effetti non mi piace. Che potrei fare in 119 ore? Un corso di volo prevede 16 ore di pratica e circa 30 di teoria, un corso di produzione musicale è di 7 ore, andare in spiaggia a godersi un tramonto impegna un’ora e mezza. 119 ore? Non non più abituato a capire quanto siano enormi 119 ore, quante cose strepitose possano nascere in quel tempo. Non sono più abituato perché, accettando di gettare 160 ore al mese in un lavoro al terzo posto della lista "questo non lo farò mai", il senso della misura ha avuto un infarto.

  E, dopo aver partorito questo ragionamento, leggo per caso un brano di quel genio di Mujica dove dice che lui tramuta tutto non in soldi ma in ore di lavoro necessarie a fornire quei soldi, arrivando alla conclusione che potrei tradurre con “io non avrò mai un iPhone 5S e ne sono felice”. Wow. Ho avuto un ragionamento quasi simile al grande Pepe Mujica. Mi piaccio. Anche se lui l’ha detto meglio:

La mia idea di vita è la sobrietà. Concetto ben diverso da austerità, termine che avete prostituito in Europa, tagliando tutto e lasciando la gente senza lavoro. Io consumo il necessario ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli.
“E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L’alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui, che però ti tolgono il tempo per vivere.”


  Ora voglio vedere cosa mi inventerò il giorno in cui sarò in grado di coronare il mio sogno di acquistare un biplano. :)

lunedì 2 aprile 2012

Forma e funzione dei mangiatori di Nutella


  Forma e funzione. Che c’è di complicato?
  La funzione modella la forma, la forma rende più semplice la funzione.
  Lasciamo stare il collo delle giraffe e prendiamo in esame qualcosa di più spicciolo.
  Se noi dovessimo correre tutti i giorni per delle ore, beh, il corpo si modellerebbe diventando pian piano il più adatto possibile a svolgere la funzione della corsa. Se dovessimo continuamente sollevare pesi, i muscoli si adeguerebbero per facilitarci l’operazione (o ci suggerirebbero di smettere subito con una convincentissima ernia).

  Ecco, questa è la cosa buffa. Dovrebbe essere il corpo a trasformarsi per renderci più facile svolgere una nostra esigenza, la forma modellata dalla funzione.
  E invece? Invece un mucchio di gente corre per trasformare il corpo in un corpo adatto alla corsa, e alza pesi per trasformare il corpo in un corpo adatto ad alzare pesi. Da matti, no? :) E così ci sono corpi adatti alla corsa che non hanno nessun bisogno di correre, anzi abitano la scrivania dalle 8 alle 17. E corpi adattati ad alzare decine di chili con i bicipiti che poi devono alzare solo pratiche di lavoro.

  Stesso discorso per l'abbronzatura. Una componente dei raggi solari è dannosa alla pelle, genera dimeri di timina, una cosa che solo a sentirla viene da grattarsi.   Così quando la pelle è esposta al sole crea melanina, che scurisce la pelle per difenderla e bloccare la penetrazione della componente dannosa dei raggi solari.
  Insomma, ci mettiamo al sole per trasformare la pelle in una pelle scura adatta a esporsi al sole! E poi con quei corpi ci rinchiudiamo in uffici a cubicolo e case con lampade a basso consumo...

  Perché facciamo tante fatiche? Per pura estetica. Quindi troviamo belli i corpi adatti alla corsa, capaci di sollevare pesi, con buone difese contro il solleone.
  Evidentemente il nostro orologio biologico è tarato a qualche secolo indietro. Ho paura a immaginare quali saranno i canoni estetici fra trecento anni, quando il maschio dominante sarà l'impiegato perfetto…

martedì 6 marzo 2012

Benvenuti nel buffo spettacolo!


  Il corpo che indossiamo è un burattino. Nello spettacolo in cui si muove vive come gli altri burattini, convincendosi che tutto ciò che ha intorno sia la realtà, testone di cartapesta incluso.

  Nel burattino c'è una mano. Noi siamo la mano. Nascosti dentro il burattino, la parte veramente viva di quel corpo che si crede vero. Ma ci vuole un briciolo di pazzia per immaginarlo sul serio.

  Lo spettacolo è una finzione, una pantomima in cui le mani imparano sempre più l'arte del burattinaio, come un pianista ad ogni esecuzione impara a muoversi sulla tastiera in maniera sempre più perfetta. Quando un burattino muore forse la mano si sfila e indossa una nuova maschera, diventando un nuovo personaggio e comportandosi di conseguenza, ma conservando l'abilità che ha imparato sinora. O forse no. Quando lo scoprirò sarà troppo tardi per scriverlo in questo blog.

  Oltre il teatrino c'è un corpo unico. Un essere buffo con milioni di mani. Io sono spudoratamente agnosta, e come tutti gli agnostici convinti ma curiosi e senza preconcetti credo in qualcosa. Uh beh non lo chiamerò mai dio, e no. Un corpo unico che unisce tutte le mani e condivide con loro la vita, così come l'oceano unisce tutte le onde e dà loro la vita. Magari una semplice fonte d'energia spaventosamente immensa di cui noi, noi-mani, siamo le propaggini.

  È un buffo spettacolo questo. E ci distrae continuamente dal burattinaio con un milione di mani, anche se noi siamo parte di quel burattinaio.

  Beh, ho sempre creduto che la realtà sia solo il teatrino di questo burattinaio. Ultimamente poi un libro mi ha perseguitato ovunque andassi, Autobiografia di uno yogi di Pramahansa Yogananda, finché non l'ho acquistato. E ho scoperto che simpatici mattacchioni indiani dallo humor di un capocomico hanno fatto scienza di questo semplice quadro. Molti di loro sono mani senza burattini, non ne hanno più bisogno, altri entrano ed escono dal teatrino a piacere. Wow.
  Non credo che questo libro mi cambierà la vita, come continua ad affermare una mole inimmaginabile di gente magari sconosciuta che incontro casualmente, perché non mi dice nulla di veramente nuovo. Però me la renderà molto più felice dal momento che mi conferma che non sono l'unico strampalato visionario su questo pianeta di cartapesta. :)

mercoledì 21 dicembre 2011

Quindi non cliccare sul link.


  Il nostro corpo ha mille piccole cosine da sistemare in ogni momento. Ma, grazie al cielo, nessuno (o quasi) passa tutto il tempo disponibile a farsi la manutenzione ordinaria: nessuno si controlla continuamente ogni cm di pelle, ogni organo, ogni valore chimico. Semplicemente sistemiamo quel poco che ci capita sotto gli occhi: i capelli, un'unghia spezzata, l'ematocrito quella volta ogni due anni che non possiamo esimerci dal fare le analisi del sangue.
  Sistemiamo solo quel poco che ci capita sotto gli occhi.
  Quindi il trucco per vivere sereni sta nel vedere il meno possibile.

  La casa, beh, la casa ha mille piccole cosine da sistemare. In ogni momento. Ma anche qui, piuttosto che andare a fare analisi strutturali e indagini a raggi X, sistemiamo quando è indispensabile solo ciò che ci capita sotto gli occhi. Una lampadina fulminata, un soffitto da imbiancare, ciò in cui lo sguardo inciampa.
  Basta essere un po' distratti e ci si evita un mucchio di lavoro.

  Possiamo allargare sempre più il cerchio e il discorso è il medesimo.
  In questo mondo ci sono milioni di cose da sistemare. In ogni momento. Nessuno di noi potrebbe sistemarle tutte, un atavico istinto di sopravvivenza ci evita di preoccuparci di tutto. Ma ognuno nonostante la tendenza a fregarsene capita che inciampi in un briciolo di questi problemi, solo un briciolo. La spazzatura differenziata. Le cure efficaci per le neoplasie. I parcheggi introvabili. La pubblicità nella cassetta della posta. Le centrali nucleari. La caduta dei capelli. La TAV.
  Ognuno, quando proprio è costretto, fa qualcosa nel suo piccolo per ciò che non ha potuto evitare di notare. Ma solo per quel poco, per carità. Non si può fare di più se ci teniamo alla nostra vita, ma non si può fare di meno se ci teniamo alla vita dell'intero pianeta. E quel briciolo fatto da ognuno è il miracolo che ci permette di mandare avanti il mondo.
  Devo dirlo? Basta chiudere gli occhi e ci risparmiamo un mucchio di seccature.

martedì 1 novembre 2011

Il paradiso

   Una giornata di nubi e mare, le donne che hanno riempito la casa di bellezza ora sono da Decathlon, io qui nella penombra dello studio a sorseggiare yerba mate e macinare fotografie da sistemare con Aperture sul Mac a ritmi da operaio inglese di inizio '900. La casa pian piano si lascia avvolgere dalla sera, quando la musica finisce tutto è silenzio.
   Adoro tutto questo. Se dovessi immaginarmi il paradiso, crederei di esserci in questo momento.

domenica 9 ottobre 2011

E a volte è autunno, improvvisamente.


  La vita?

  Ci sono cose brutte e cose molto brutte.
  L'essenziale è saperlo, accettarlo e imparare a riderne.
  Una volta che si riesce a ridere di questo tutto il resto è bellezza pura.

  Come chi, ormai capace di apprezzare la pozzanghera, poi giudica il mare.

giovedì 6 ottobre 2011

L'uomo che ha inventato il futuro

  Steve Jobs, 1955-2011.


  Di solito le dipartite dei personaggi famosi non mi toccano, penso a tutti quelli che muoiono avendo fatto cose molto più importanti come tirare avanti una famiglia senza un briciolo di fama o riconoscimenti.
  Ma Jobs è l'uomo che ha creato questo presente quando tutto ciò era ancora il futuro di un visionario.


  Buon viaggio Steve.

mercoledì 5 ottobre 2011

Il giorno in cui Uichipedìa pùf


  Stamattina a sorpresa la pagina di Wikipedia presentava delle scuse. E basta.
  Per il DDL intercettazioni e in particolare per il suo comma 29 chiunque può dire "ciò che hai scritto lede la mia immagine" e lo scrittore, giornalista blogger o altro, ha 48 ore di tempo per cancellare o ritrattare quello che ha scritto. Nessun organo si preoccupa di verificare che l'offesa esista, la legge si preoccupa solo di verificare che entro 48 ore l'articolo sia ritrattato.
  Bene, a queste condizioni Wikipedia, il sapere più anarchico della rete, non può esistere.
  Così la sezione italiana di Wikipedia (sì, si pronuncia uichipedìa) pùf, chiusa, una pagina di scuse e spiegazioni e basta.
  Facebook sarà una condanna ma è un tam tam eccezionale. In pochissime ore la notizia si è diffusa, si sono formati gruppi di indignati con centinaia di migliaia di consensi, si è organizzata alle 17:00 una manifestazione a Roma, davanti al Pantheon.
  Ero stato esattamente una settimana fa al Pantheon per una manifestazione sul pericolo della censura verso giornalisti e blogger. Che coincidenza. E allora, beh, era solo un pericolo più o meno vago, potevo capire che in piazza ci fossero solo quattro gatti.
  No, detto tra noi non lo capisco, ma facciamo finta.
  Stavolta? Beh, stavolta è una reazione immediata di rabbia, dai, ci sono centinaia di migliaia di consensi in Facebook, la piazza sarà piena!
  Macchè.
  Avevo una stanchezza da cani e le mie belle cosine da fare a casa, desideravo il mio studio e la mia famiglia più di ogni altra cosa. Ma devo avere qualcosa che non funziona e ci stavo male a non andare a protestare per questa ingiustizia che ci fa tornare nel fascismo più nero.
  Così eccomi di nuovo al Pantheon. E?
  E, sorpresa. Forse trecento persone.
  Beh, io sono un informatico e mi piacciono i numeri.
  Cinquanta erano turisti o passanti che si fermavano un po' e poi andavano via, dandosi il cambio.
  Cento erano giornalisti e fotografi, cavallette della notizia, la maggior parte disposti a ucciderti per fare una foto.
  Trenta erano showman in passerella: politici, funzionari governativi, giornalisti e rappresentanti di associazioni umanitarie, tutti a contendersi microfono e obiettivi per i loro cinque minuti di pubblicità.
  Cinquanta erano claque. Portabandiera da scena (non è strano quante magnifiche e ben vestite ragazze ci siano alle manifestazioni dove appaiono i politici?), amici degli oratori, pazzerelloni che volevano portare avanti un loro personale discorso e approfittavano del pubblico.
  Quanto rimane? Ottanta persone. Ecco.
  Quindi alla manifestazione eravamo ottanta.
  Centinaia di migliaia di indignati in Facebook, ognuno che scuote la testa, persino qualche "bisognerebbe manifestare!" e poi... Ottanta in piazza.
  Sinceramente ci sono rimasto male. Ma proprio male.
  È dura continuare ad avere fiducia nell'uomo e nella sua capacità di costruirsi un futuro degno. Di tutte le persone che conosco, di tutti i colleghi informatici e non, di tutti i contatti di Facebook: non c’era nessuno.
  Eppure qui si parla di censura di regime, si parla di libertà, della nostra libertà, si parla di un DDL attuale e della più grande perla di Internet oscurata.
  Nessuno.
  A un certo punto, mentre i venditori di parole facevano la staffetta sul palco per puro tornaconto personale, ho pensato "ma per quale motivo sono qui?"
  Poi ho ricordato e sono rimasto. Un motivo di nove anni che diventerà grande nell'Italia che le lascerò.

giovedì 22 settembre 2011

Politica e zaini


Le metafore non sono mai perfette, ma aiutano a capire.
  Uno zaino. Ti regalano uno zaino. Beh, mica si dice di no a uno zaino, ti pare?
  Così tutto contento lo infili, è leggero e resistente, niente male. Ed è gratis.
  Poi dopo un po' ti sei abituato a sentirlo sulle spalle. E in quel momento, ecco, zzzip ti aprono un pochino la lampo dello zaino e ci infilano una pietra.
  Niente di che, poco più di un sasso. La differenza di peso è insignificante, non è né troppo poca per ignorare la cosa né troppa per ribellarti. Ci rimani male? E dai, si tratta solo di un sasso. Mica puoi toglierti lo zaino per questo.
  Così ora porti sulle spalle lo zaino. E un sasso dentro.
  Ti ci abitui.
  In quel momento, zzzip. Un secondo sasso.
  Ehi, scherziamo? Ma ormai sai che al primo ti ci sei abituato subito, in fondo non è un vero fastidio, poco tempo e ti abituerai anche al secondo peso. E poi che altro dovresti fare?  Fermarti, slacciare gli spallacci ben saldi, togliere lo zaino, aprirlo e rovesciare i sassi in strada? Troppa fatica. E intorno a te tutti, proprio tutti portano lo stesso zaino con gli stessi due sassi. Di che ti lamenti? Vuoi rinunciare allo zaino per due sassi?
  Incredibilmente al peso del secondo sasso ti ci abitui in metà tempo.
  E zzzip. Terzo sasso.
  Ormai sai come funziona. Lasci fare. Un sasso in più che vuoi che sia?
  Lasci fare. Ti abitui al peso crescente sempre in meno tempo. Addirittura dopo un po’ ti aspetti senza più stupirti l’arrivo del prossimo sasso, hai già pronta una protesta da bisbigliare giusto per pro-forma, ti lamenti ma lo zaino è sempre sulle spalle, sempre più pieno e più pesante sasso dopo sasso. Impari a muoverti differentemente da prima, non corri più, cammini sempre con più fatica: ma impari prima a gestire, poi a tollerare e quindi a sopportare il peso.
  Sino a che, piano piano, non diventa davvero troppo, troppo pesante. Ti schiaccia.
  Ti avessero subito messo sulle spalle uno zaino così opprimente ti saresti ribellato immediatamente urlando e tirando calci ma no, piano piano, abituandoti a ogni sasso in più, ormai non puoi ribellarti. Tutto quel peso sempre crescente che hai accettato e sopportato ormai ti ha sfiaccato, non hai le forze per protestare come dovresti. E zzzip, ecco una pietra e ancora una pietra a seguire. Ti schiaccerà e lasci fare perché ormai non riesci più neanche ad alzarti in piedi.
  Ecco, questo è il sunto di ciò che la politica attuale ha fatto ai cittadini. Piano piano, ingiustizia su oppressione, abbiamo protestato ma accettato tutto. Se ci avessero dato subito un Governo di truffatori capace di ridurre al lastrico i lavoratori e senza futuro i figli, capace di distruggere tutte le conquiste e i progressi ottenuti nei decenni, beh, avremmo detto di no, troppo pesante da portare sulle spalle, ci saremmo ribellati con decisione e fermezza.
  Ma sasso su sasso eccoci sfiaccati, troppo occupati a lottare con le ultime forze per restare non dico in piedi ma almeno in ginocchio mentre il peso ci spinge a terra, con lo zaino che si apre in attesa della prossima pietra a cui non sappiamo se riusciremo a sopravvivere.
  E zzzip...

venerdì 27 maggio 2011

Scrittori e pasticceri

 Sai come comincia?
  Un quaderno, una penna. L'età per capire la differenza tra un punto e l'inequivocabile segno del passaggio di una mosca sul foglio. Ai miei tempi a quell'età si portava il grembiule.
  Prima i dettati e poi arriva un giorno che non ti rendi conto che è arrivato, te ne renderai conto anni dopo, così tanti anni dopo da dimenticare quale giorno sia stato.
  Le stradine che la penna traccia come percorsi magici sul quaderno raccontano qualcosa, qualcosa mai accaduto a qualcuno che non esiste, e come se fosse la cosa più naturale del mondo ecco la prima storia inventata e scritta. Beh, c'è quella sensazione, unica e preziosa: là, tra l'inchiostro scomposto e la fantasia, per un attimo i personaggi – solo per un attimo – ti sono parsi vivi.
  Io volo in parapendio. Prima si fa il corso, composto da saltelli in discesa e salite faticose a piedi. Discese brevi, salite lunghissime. Discese con la radio che ordina ogni cosa da fare, come un dettato ordina ogni cosa da scrivere, e salite dove l'unico rumore è quello del tuo fiato sempre più simile a Casco Nero di Guerre Stellari.
  Mi piace chiamarlo Casco Nero.
  Beh, un giorno arriva il momento del primo volo alto: lo sai, ti ci prepari, lo segni persino mentalmente sul calendario. E di colpo sei in aria, davvero tu e davvero in volo, la radio gracchia e poi si azzittisce, e quello come per magia è il tuo volo, il primo. C'è il germe di ogni altro volo che verrà.
  La prima volta che scrivi una storia no, non la segni sul calendario, ma è la stessa cosa. Non c'è più la voce che ti ordina cosa scrivere, ci sei davvero tu e davvero il tuo volo. E solo anni dopo capirai che quella storia conteneva già il germe di ogni altra storia che avrai mai l'opportunità di scrivere.
  Sei uno scrittore? Col grembiule e le dita sporche di inchiostro, col quaderno macchiato dell'unto e dello zucchero delle ciambelle della merenda, sei uno scrittore?
  Ma per piacere.
 Poi c'è il momento in cui si diventa uomini. No, non pensavo a niente di sexy. Intendevo: apri la valigetta, tiri fuori il mostro meccanico dalle mille zampette raccolte, ti siedi comodo davanti. Infili il foglio, il suono che scorre sul rullo è una sinfonia. Tre colpi di levetta con la mano sinistra per dare margine superiore, e si comincia. Dal titolo, ovviamente.
  Non siamo più sul quaderno: la macchina da scrivere, trappola di metallo sempre pronta a intrecciare le zampine a un millimetro dal foglio, esige importanza. Un titolo ci vuole. Centrato, in maiuscolo, e se vuoi esagerare basta spostare una levetta e lo si scrive in inchiostro rosso.
  Ho scritto un romanzo intero in triplice copia con quella trappola. Il ritmo sotto le dita accelerava a ogni capitolo, in principio a creare la musica erano solo due dita, poi quattro, e prima dell'ultimo capitolo le mani danzavano scomposte ma utilizzando tutte le dita. Una cosa simile ti fa sentire il padrone del mondo. Anche quando devi scomporre i fogli A4 piegati a metà in quinterne diaboliche, e capire su ogni origami quale pagina ci vada stampata sopra, quattro pagine ogni foglio e ovviamente l'errore fatale che ti obbliga a ribattere tutto capita sempre nella quarta pagina, così non resta che gettare tutto il foglio e ricominciare da capo.
  Sei uno scrittore se ti senti il padrone del Mondo battendo a macchina?
  Ma per favore.
 Il grande salto arriva. Internet per chi scrive è una magia insostituibile. Sia per la fase creativa, dove non sei obbligato a fermare tutto per andare in biblioteca a consultare chissà quale testo; sia per conoscere altre persone che scrivono o, cosa molto più rara, altre persone che leggono. E che magari in preda alla sindrome del buon samaritano decidono proprio di leggere i tuoi di racconti. Magari sperando che poi tu legga i loro, cosa che non sempre accade.
  In pochi mesi sei dentro una fitta rete di persone che scrivono, leggono, commentano, discutono. Vivono la narrativa e tu con loro, come mai pensavi potesse accadere. Una fanzine qua, un ciclostile là, una rivista, oddio una rivista!!, che pubblica qualcosa col tuo nome sopra. Addirittura corri il rischio di vincere dei premi a qualche concorso di narrativa.
  Ecco, sei uno scrittore adesso, finalmente? Ora che scrivi, leggi, ti confronti ed evolvi, ora che qualcuno ti chiede ogni morte di Papa un racconto, sei uno scrittore?
  Ma per carità.
 Il lavoro, la famiglia. La narrativa si vive di meno, e con lei ogni altra passione. Il tempo è un lusso, eppure ora ci sono cose differenti da dire, meno geniali e travolgenti di prima ma più profonde, più vere. Meno pagine scritte, meno richieste, uno stile più maturo. Il che non sempre significa migliore.
  E poi la smania dell'ordine e il piacere edonistico fanno togliere il vezzo: l'autopubblicazione, chiunque può autopubblicarsi un libro, certo, ma vedere la copertina intorno ai racconti ti fa sentire più completo. La scusa è buona: i racconti sono tutti insieme, ordinati, anche se ti si incendia casa sono sul server del sito pronti per essere ristampati, e poi agli amici che ti chiedono qualcosa da leggere puoi dargli un prodotto presentabile.
  Bugie. I racconti non sono ordinati, tornerai ogni mese a correggere un refuso e creare l'ennesima revisione del libro. L'incendio di casa? Se ti si incendia casa, dammi retta, i racconti bruciati sono la tua ultima preoccupazione. E gli amici che chiedono da leggere, poi... Quanti saranno, tre? Quattro? E se quei quattro non hanno ancora letto nulla di tuo significa che non sono poi così smaniosi di conoscere i tuoi incubi.
  Comunque fatto sta che hai dei libri, copertina, nome dell'autore, numeri di pagina. Ed è bello vederli.
  Sei uno scrittore finalmente?
  Uff, scrittore un corno. Un corno.
 Uno non può chiamarsi pasticcere solo per aver spalmato la Nutella sul pane. Puoi anche fare montagne di dolci in casa ma non sei ancora pasticcere: sei uno cui piace fare dolci.
  Io adoro fare un originalissimo pane e Nutella. E adoro farlo perché ogni volta accade lo stesso miracolo di quel quaderno sporco d'inchiostro: per un attimo, ma solo per un attimo, i personaggi appaiono vivi. Quando accade non si segna nulla sul calendario, non si diventa di colpo scrittori. Si è solo fatto un ottimo pane e Nutella. Se poi qualcuno ne vuole assaggiare, bene, sono contento. Se nessuno ne vuole, poco importa. Quell'attimo in cui si è assaporata la vita di qualcuno che non esiste arriva lo stesso, non è certo una rivelazione cui il Mondo è obbligato a partecipare, nessuno si perderà nulla nella vita se non leggerà un Sarti. Solo io perderò qualcosa se non scriverò, se non sentirò il personaggio vivere, se quel personaggio non mi permetterà di vivere con lui una storia lontana.
 Poi accade. Fai pane e Nutella, sì, ma un giorno arriva con la macchina del tempo una simpaticissima giornalista e ti chiede un'intervista. E nell'intervista il tuo nome ha vicino quella parola zuccherina: scrittore. Non importa cosa tu abbia davvero fatto sinora, non importa chi leggerà l'intervista, importa solo che improvvisamente fare pane e Nutella è arte da pasticceri, e sembra allettante come teoria.
  Scrittore? È pericoloso soffermarsi sulla dolcezza di questa parola.
Ultimamente ho chiesto a un'amica che effetto fa sentirsi apprezzata dagli sguardi degli uomini. Mi ha confessato che prima arrossiva, ma poi ci si fa l'abitudine. Per un uomo è diverso. Un complimento è qualcosa cui si può anche credere, non siamo abituati a riceverne. Essere promossi a scrittore potrebbe apparire un complimento, e difatti arrossisco. Beh, no, però mi imbarazza. :) Poi per fortuna mi metto a ridere e passa tutto...
  C'è chi ha creduto davvero a questa lusinga, e non si è più ripreso. Poveretti.
  Scrivere per il gusto di farlo è una passione. Scrivere per vendere è un lavoro. Quello dello scrittore è un lavoro, si vendono cose che presuntuosamente sono fatte per essere lette. Si diventa librivendoli, si presume di avere cose interessanti da dire, si misurano i romanzi per numero di pagine e per copie vendute. Al contrario chi scrive per passione senza essere scrittore non misurerebbe mai le quantità del racconto. Eppure è bello sentirsi scrittori, eh?
 Non sarò mai uno scrittore. Mi piace troppo scrivere per diventarlo. Adoro parcheggiare qualche racconto su Continuum, un po' casa mia, un po' il posto dove trovo i miei amici. Adoro creare racconti secondo il mio concetto di perfezione, pensando al lettore perché il primo lettore dei miei racconti sono io. Ma non sarò mai uno scrittore per lo stesso motivo per cui non sarò un musicista né un fotografo.
  Semplicemente continuerò a spalmare Nutella sul pane.

mercoledì 25 maggio 2011

Fiaba e carbonara


  Diciamo che hai una voglia matta di pasta alla carbonara.
  Per tutto il giorno pensi alla carbonara, e quando torni a casa potresti trovare anche gli alieni in salotto ma niente ti impedirebbe di mescolare come un alchimista uovo, guanciale e pepe.
  Diciamo che mentre cucini l'aroma che si sprigiona è un allucinogeno più potente dell'LSD. Ogni mitocondrio urla "Carbonara! Carbonara!!", la salivazione raggiunge i ritmi di produzione di una piccola società idroelettrica, lo sfrigolio del guanciale provoca sensuali brividi di piacere. Assapori ogni suono, ogni odore, ogni colore appagando totalmente i sensi. Tutto tranne uno: la fame. "Carbonara!!!"


  E diciamo che poi dopo aver versato quell'opera d'arte nel piatto ed averla portata sul tavolo, come un quadro si pone al centro della cornice, al primo boccone tutta la bellezza si dissolva: pasta scotta, o troppo sale, o uovo rappreso a frittata.
  Che delusione.
  Tanta gioia e appagamento nel prepararla, e ora…


  Ecco, alcuni mangerebbero egualmente quel piatto. Fino a ieri anche io non avrei sprecato uno spaghetto. Non sarà perfetto, beh, in realtà non è nemmeno decente, e comunque molto al di sotto delle aspettative minime; ma per tutti i Tupperware, ormai è stata cucinata con tanto amore e comunque sia è un peccato sprecarla.
  Oggi no. Oggi stranamente capisco che la mancanza di rispetto consiste nel mangiarla.
  Se ci sono delle aspettative, se queste aspettative possono essere mantenute, se abbiamo fatto del nostro meglio per puntare al massimo e ottenere un piatto di cui essere orgogliosi, perché accontentarsi?
  Bradbury ha gettato alle fiamme migliaia di pagine che tutti gli editori sarebbero stati felici di pubblicare. Perché non erano all'altezza delle sue aspettative.
  Steve Jobs al rientro in Apple annientò tutti i prodotti che davano soldi alla rovinata Apple ma che non lo rendevano orgoglioso della sua ditta.
  C'era persino la fiaba di un tale paranoide come pochi che affogò tutti i pupazzetti del suo videogioco conquistati sinora e ricominciò la partita con una coppia di ogni specie su un'arca, perché non era soddisfatto del risultato (ecco, questa fu una mossa che col senno di poi possiamo definire poco intelligente).


  Nel '92 finii di scrivere Fiaba. Era un ottimo piatto di carbonara, cucinato per sei anni. Ho assaporato ogni suono, ogni odore, ogni colore appagando totalmente i sensi. Scrivere quel romanzo presuntuoso è stata una delle esperienze più belle della mia vita.
  Eppure ora, servito in tavola, tutta la bellezza si dissolve. Non funziona, le buone idee si perdono nel mare di ripetizioni, le descrizioni originali stufano e appesantiscono.
  Eppure ci tenevo così tanto a questo romanzo che lo consideravo un punto d'arrivo.
  Ora ha una copertina, si acquista nelle librerie, vive di vita propria.
  Ma la pasta è scotta, il sale è eccessivo, l'uovo ha cotto a temperature eccessive.


  Non è facile farlo ma getto la pasta e ricomincio a cucinare da capo.
  Mangiare questo piatto significherebbe accontentarsi di non aver raggiunto lo scopo, mentre so di poterlo raggiungere e superare: Fiaba l'ho vissuto, non l'ho solo scritto, so bene cosa aspettarmi da lui, di certo non è questo tomo pesante e noioso.
  Così ora, in questo momento, apro il cestino, ritiro Fiaba dalla distribuzione e appena potrò ricomincerò a correggerlo, parola per parola, riscrivendo interi capitoli, lasciando solo ciò di cui sono orgoglioso sia come scrittore che come lettore. Perché Fiaba è il romanzo che ho sempre desiderato leggere, e non mi va affatto di accontentarmi.

martedì 23 marzo 2010

Fragoline nel fondo


Beh, parliamone. :)

A volte basta poco, ma poco davvero, tipo toccare il fondo e trovarci una fragola di bosco, per cambiare prospettiva.
A volte basta poco, ma poco davvero, e di colpo i problemi non scompaiono, no, certo che no, i dubbi non si risolvono, figuriamoci, ma ecco che improvvisamente si scopre che può accadere tutto e può accadere subito, erano decenni che non capitava più e questo sapore meraviglioso di menta tra i denti, di sangue tra le labbra è una droga bellissima, sa di vita, il futuro è una carta bianca e tutti i problemi che contiene non riescono a renderla meno meravigliosa. :)
A volte, sempre quelle volte lì, nel momento in cui avresti detto "Io? In una ipotetica situazione simile? Naaa, mi suiciderei, sarei uno zombie" invece scopri che non funziona così, in una reale situazione identica a quella del "Naaa" scopri improvvisamente il gusto e la gioia di vivere, sarà la primavera, sarà che il mondo è sempre più simile ad un folle Luna Park e prenderlo sul serio è un errore che non farò mai più, sarà che in fondo in fondo sono matto come un quarantacinquenne innamorato della vita più di un ragazzino.
A volte, beh inutile ripeterlo, a volte non te lo dici che vivere è bellissimo, solo perché è talmente ovvio che lo esterni in ogni saluto, in ogni sorriso, ogni volta che guardi le nubi o rallenti il passo osservando orgoglioso il tramonto che se sta lì lo fa anche per te, senza dubbio, e rimane male se non lo apprezzi sinceramente.

A volte ringrazi l'Universo che esista esattamente così com'è con tutte le crudezze e le stronzatelle che lo caratterizzano, con un ipotetico Dio sadomaso rincoglionito a governarlo, con tutti gli errori che hai fatto e che farai perché fanno parte del gioco. Ringrazi Damiano per risponderti al telefono con quell'entusiasmo che rispecchia il tuo, ringrazi Monique che pensavi scomparsa e invece vuole sapere "stai bene?", ringrazi il biglietto "Buona colazione!" sul tavolo con il suo cuoricino al posto del puntino della "i" e soprattutto ringrazi con tutta l'anima chi l'ha scritto, ringrazi Emanuela che è pronta a perdere il treno pur di prendere il successivo, un'ora dopo, con te, ringrazi Roberto e le sue teorie sulle fragoline. Ringrazi Norah Jones che fa compagnia mentre prendo il tè verde, e due occhi scuri di bimba che ovunque siano ora ti considerano un eroe a prescindere. E le coincidenze. Amici scomparsi per decenni ritrovati due giorni dopo aver pensato a loro. Colleghi sempre riservati che si abbandonano a conversazioni personali come vecchi amici. Una serata al pub con mia figlia a bere Porto e Chinotto e parlare di donne, uomini, noccioline e misteri della vita.
Insomma, lista interminabile, e ho già rotto abbastanza i cabasisi, lo so. :)
Ma a volte, ecco, a volte senti il bisogno, eh sì, parola esatta: il "bisogno", di dire che questo assurdo folle Universo è meraviglioso e il trucco è solo riuscire a riderne come di una battuta assurda di Groucho Marx, il trucco è solo di riuscire a vederne la bellezza come nella rugiada intrappolata da una ragnatela all'alba.

Una volta sono decollato da Poggio Bustone. Al decollo il vento era nella norma, ma appena alzato in volo c'erano movimenti furiosi che strapazzavano parapendio e pilota. Come stare in un rodeo, nell'unico posto sbagliato dove sedersi. :) Beh, adrenalina a mille, allarme rosso che urla, correnti che strapazzano e ti proiettano in alto come un proiettile, la vela che sembra viva e incazzata nera, i denti serrati e il corpo pronto a mille emergenze. Un minuto, due, cinque. Insostenibile. Panico. Panicopanicopanico.
Dopo cinque minuti di quella trottola ho avuto un solo pensiero.
Ero nel momento peggiore, entrato per metà in una termica violenta e affatto pronta al dialogo.
Un solo pensiero: "Toh ma non mi sono ancora schiantato. E allora non c'è da preoccuparsi. Quindi basta con la tensione e godiamoci questo rodeo!"
e da quel momento sorriso a trentadue denti, urla alla "Yabbadabadoo!" e mi sono gustato uno dei voli più belli della mia vita.
Ecco, in questi giorni qualcosa mi ha ripetuto dentro "Toh ma non mi sono ancora schiantato!" e sinceramente i trentadue denti sono in parata e voglio godermi il volo, qualunque cosa accada, ovunque il vento mi porti.

A volte, sì, a volte basta poco.

mercoledì 20 agosto 2008

Post per travianati


Fantastico!!
Travian, un giochetto online dove si passa il tempo a guardare semplici numeri sullo schermo che cambiano, in una grafica che definire lobotomizzata è poco.
Eppure è fantastico: abbiamo un'alleanza, una piccola società perfetta, la più bella dei sette mari -pardon, sette server- e la abbiamo battezzata AllePanza. Per puro caso sono il Fondatore, e con una sessantina di persone sparse per l'Italia abbiamo creato una rete di amicizia e solidarietà che è difficile da immaginare dal di fuori... Nell'immagine qui a fianco c'è la prova, un alleato subisce degli attacchi cafoni e tutti hanno partecipato mandando rinforzi. Mi aspettavo un migliaio di soldati in tutto e invece... Hehee... E altri stanno ancora arrivando!!

...Mi immagino una versione moderna di questo giochetto: si tira avanti una famiglia anziché un villaggio, e quando il giocatore viene licenziato tutti i colleghi mandano rinforzi in generi alimentari e collette aziendali... Sarebbe bello... :)

Grazie a tutti gli AllePanzuti!

venerdì 23 maggio 2008

Crisi e telecomandi


Avevo sentito parlare della crisi dei quarant'anni, ma me l'aspettavo diversa.

Non è una crisi.

Oddio, la prima fase simula perfettamente la crisi: fine dei valori in cui si era creduto, delusione, cancellazione una per una delle infinite voci della lista quarantennale "Cose da fare" sino a rimanere lì a guardare quanto sia invitante il telecomando della TV, ultima spiaggia dell'uomo civile, segno che non hai proprio niente di meglio da fare o da pensare.

Un po' quanto accade nel mondo esterno: si ritorna al nucleare, all'antiabortismo, al razzismo legalizzato. Tutto quanto c'è di civile è spazzato via da un colpo di spugna, e si fissa il telecomando con avidità sperando di riuscire a credere alle fandonie che ci promette, mica per altro, solo per poter mettere a pace l'obsoleta coscienza con flebo di "è giusto così", "non ci puoi fare niente", "poteva andare peggio".


Non c'è più ragione di lottare perché non c'è più niente per cui lottare. C'è mia figlia Neve, è vero, e le sto lasciando un mondo davvero schifoso, ma "non ci puoi fare niente", qualunque lotta io possa fare è inutile se anche Beppe Grillo, radunando milioni di italiani, non ha potuto cambiare di una virgola l'Italia.


Ecco: la prima fase è come una crisi.

Come un periodo di bonaccia, niente vento, niente nubi, erba arsa dal sole, nessuna forza per muoversi: stai lì nel prato sapendo che ti stai ustionando, eppure che altro puoi fare?


Ma io sono un uomo fortunato.

La mia fortuna è che adoro i temporali.

E devo essere anche un gran parafulmine, hehee.

S'è scatenato improvvisamente un temporale tremendo, acqua da affogare, vento da strappare le orecchie, e tanti tuoni e lampi che ne sono ancora rimbambito.

Adoro i temporali.

Ne sono uscito che non ho più certezze, non so cosa sia giusto e cosa no, tutto ciò che credevo è messo in discussione. E questo è un miracolo. Un bellissimo miracolo, dal momento che è l'unico modo per ricostruire da zero, a quarant'anni suonati, il proprio mondo; ed è l'occasione per tornare a riempire la lista delle "Cose da fare", ora trasformata in "Cose da fare IMMEDIATAMENTE".

E questa non è crisi, e no. L'occasione per migliorare la propria vita, per tornare a vivere, che la si colga o no, non può essere chiamata crisi.


Ora non so cosa sia vero, cosa sia bene, cosa farò domani. So che per una buffa coincidenza la realtà mi sembra sempre più un'unica grandiosa illusione, se ci penso ogni persona che conosco rappresenta un'esigenza, l'avventura, l'amore, il dovere, c'è Neve ad esempio che è la voglia di vivere e il motivo per cui vivere, e ognuno, sino al personaggio più insignificante, se vedo questo mondo come un palcoscenico ha una sua funzione precisissima.

Il che o significa che il mondo è un'illusione, o significa che lo percepisco distorto, o significa che devo avere ingerito muffe allucinogene sconosciute. :)


C'è un dottore, non ricordo il nome, che crede che il cancro sia il risultato di una vita sbagliata, e quindi possa essere curato cambiando la vita che siamo costretti a vivere in quella che vorremmo vivere, e quando deve annunciare ad un suo paziente che disgraziatamente ha un tumore, dice allegro "Complimenti! Lei ha l'occasione per cambiare vita".

Ecco, i miei quarantatré anni sono una bellissima neoplasia. Se ne può morire, afferrando il telecomando e riempendosi di morale preconfezionata modello "per impiegati e telespettatori", o se ne può vivere, ma vivere sul serio, non come ho fatto negli ultimi dieci anni.

Non so cosa farò domani, ma per ora il telecomando l'ho gettato nel cassonetto.